Frammenti d’un bernoccolo

 

 

Ciao Papo,
ti ricordi quando t’era venuto il Bernoccolo? Io aprivo la portiera della Multipla, tu correvi verso l’auto, quando le cose devono andare di sfiga il sincronismo tra azioni apparentemente normali, che poi risulteranno infauste, riesce sempre ad essere terribilmente perfetto e sbadabem con la fronte contro lo spigolo dell’auto. Povero Papo col bernoccolo… che male! E ti ricordi la Multipla? Piaceva solo a noi con i tre posti anteriori vicini vicini, Tu in mezzo a Mamma e papà.
Due anni tu e poco più di trent’anni io e Mamma, una vita fa, un’altra vita, tutta la vita davanti, io, Mamma e te. Come dall’adolescenza giocavo a fare lo scrittore, ho riscoperto in questi giorni che qualche anno prima che nascessi scrivevo cose così.
 
I frammenti non sono cocci. Ma i cocchi sono frammenti. Frammenti di qualcosa che era unico, solido e s’è smembrato, sgretolato, separato, diviso, moltiplicato. Il sasso è coccio della roccia. Il figlio è coccio della madre. Una macchina nuova fiammante appena comprata è coccio del gruzzolo che avevi in banca. Il riso invece è frammento dell’essere. Il respiro è frammento di tutta l’aria che c’è. L’amicizia è frammento dell’amore. L’amore è roccia stratificata che non si squaglia. Si affievolisce, pare cessare. Ma in realtà sta solo mutando forma. Sta semplicemente travasando il suo fervore in nuovi involucri.
 
La Morte è in agguato fedele compagna.
C’è chi la teme e c’è chi si lagna.
C’è chi ci gioca.
C’è chi la rinnega.
Non se ne cura e si tira una sega.
Vita che nemmeno fiata e subito annega.
Vita vissuta. Vita strappata.
Morte assurda. Morte bramata.
A te il timone amica nera
conducimi placido dove il sole incontra la sera.
Alice stava seduta comoda sul ciglio del suo asciugamano da mare, invaso dai giochi di Ettore. Si riempiva gli occhi vedendolo festoso a costruir castelli di sabbia coi suoi amichetti. Gli voleva bene, molto bene, era il suo fratellino! Papà intanto correva ed Alice sentiva i passi avvicinarsi. Appena arrivato sulla spiaggia, come al suo solito si sfilava le scarpe e vestito com’era con canottiera e calzoncini andava a tuffarsi in acqua. Un tuffo rapido, plastico ed una nuotata in apnea, lunga un pezzo, per sentirsi ancora giovane, ancora fresco. Per misurarsi, per controllare quanto fiato avesse perduto da quando aveva finito la scuola, da quando aveva incontrato mamma, da quando eravamo nati io e mio fratellino. Qualche bracciata a stile e qualche altra a delfino per sentire che le braccia non avessero perso lo smalto che occorreva per procacciarci la pappa. Coi vestiti bislunghi per il peso dell’acqua, ne usciva, mi guardava e mi strizzava l’occhio, non si faceva notare da Ettore e lo pigliava di spalle, scaraventandolo in acqua. Mi faceva quasi paura quando aveva di queste trovate. Ma lui diceva che ci si doveva abituare ad essere presi alla sprovvista, bisognava sapersi comunque barcamenare per non affogare. Ettore singhiozzava più che per l’acqua bevuta per il divertimento che le smorfie di papà gli regalavano. Gli saltava in braccio, si davano una zuccata e vinceva sempre Ettore che aveva preso la testa dura di mamma, o almeno così diceva papà. E ritornava a giocare coi suoi amichetti.
Papà si svestiva, non si asciugava e si metteva a leggere o a scrutare l’orizzonte, sempre alla ricerca di quel punto di equilibrio che diceva essere il suo scopo. Io avevo tutti sott’occhio, mancava solo mamma, mi voltai e la vidi affacciata al balconcino che ci osservava, guardava noi e l’orizzonte. Compiaciuta, si gustava il quadro della natura e il quadro che lei stessa aveva dipinto: noi.
Vita, di bianco vestita.
Cala la sera e non sei sopita.
Ti risvegli col primo sole
o con della tempesta il rumore.
Strabuzzi gli occhietti
sui ginocchi ti fletti.
Scali una rampa in discesa
morbida plani sull’ora più attesa.
Favelli gioconda
ascolti e rotoli tonda.
Ti scopri smarrita
non t’avranno rapita?
Ti specchi in un forno
e quel che manca è solo il prossimo giorno.
 
Papo, all’epoca come oggi scrivere mi permetteva e mi permette di godermi la mia più intima compagnia. Non so se è bello o se è brutto, so solo che è quello che c’è dentro e preme tra testa e petto per uscire e i polpastrelli, micro cip, processore, rete e cristalli liquidi gli regalano la libertà di essere, vagare e vivere tra i pensieri di chi legge.
 
Alice ed Ettore, Jacopo e Carlotta, vita e morte. Avevi già scritto tutto prima di esserci.
Papà
22 marzo 2017

Lettera 177

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Lettera 176

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Lettera 167

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