Il Pane di Weisz

 

 

Ciao Papo,
ieri come ogni 27 gennaio il mondo s’è fermato per celebrare la giornata della Memoria. Io ieri ho preferito non scriverti, per vari motivi. Ieri Mamma ed io abbiamo avuto l’Ennesima conferma che Tua Sorellina è un Genio SuperEroe quanto Te! Tu sai di cosa parlo!
 
…ce la raccontiamo con Papo e Totta riguardo ad un bel regalone da farci per quando mamma e papà convoleranno… a Papo non va di fare nessun viaggio transoceanico, aereo e nave gli mettono scuorno. Allora propongo di prendere un camper più piccolo e moderno, in modo da viaggiare più snelli e veloci ed arrivare ovunque in Europa in tempi ragionevoli. Ma anche quest’idea è cassata da Papo per la scomodità del mezzo… sicché gli domando: “Ma alllora Papo cosa ci regaliamo!!?”.
Papo, sempre sul pezzo: “A noi ci regalate tutta la truppa dei Power Ranger, a voi vi regalate degli orologi d’oro e se fate i bravi vi prendete pure un campanile!”.
 
Bravo Papo! Del “Campanile” parlo! Dello spostare l’attenzione da ciò che spiazza, disorienta e fa stare male per sentirsi forte addosso tutto l’Amore che c’è! Resta! E se possibile aumenta! Solo una nuova logistica d’Amore.
Papo, mi permetti di fare il papà che ci tiene a raccontare ciò che si è celebrato ieri? Vorrei farlo raccontandoti due storie che non sono molto famose, non sono tra le più tramandate ma sono molto emblematiche ed io le sento mie sulla pelle. Ne ho scritto di entrambe qualche tempo fa.
 
Ho una breve storia da raccontare: Conoscete la storia di Arpad Weisz? Ve la racconto: Arpad Weisz è stato un buon giocatore ungherese ma soprattutto un grandissimo allenatore! A soli 34 anni diventò allenatore dell’Internazionale (l’Inter, Ambrosiana, per esteso Internazionale, nata da una costola dei dirigenti del Milan con vocazione all’internazionalizzazione, una squadra nata proprio con l’attitudine allo straniero e alla diversità di etnia per sviluppare ricchezza e forza…). A Weisz va riconosciuta anche la scoperta del talento di Giuseppe “Peppino” Meazza, il tipo al quale è intitolato lo stadio di San Siro a Milano. Poi Weisz andò ad allenare il Bologna, siamo a metà degli anni ’30, vincendo due campionati italiani di fila e la Champions League dell’epoca, il torneo internazionale dell’Expo a Parigi. Insomma la storia di un antesignano di Mourinho. Weisz, persona semplice e dai modi garbati ebbe una moglie, Ilona, e due figli italiani nati in Italia, Giuseppe e Clara. Fin qui tutto bello, poi Mussolini promulga le leggi razziali ed il resto “viene da sé”… le SS arrestano la famiglia Weisz il 7 agosto ’42 e la prelevano dal campo di Westerbork, lo stesso per cui passerà Anna Frank, all’alba del 2 ottobre. Sul treno che li porta verso i lager gli ebrei pagano il biglietto. Weisz viene dirottato su Cosel, campo di lavoro in Alta Slesia. Ha un fisico da atleta, può ancora servire. Per il resto della famiglia, Zyklon B. Poi sarà Auschwitz anche per lui. La media di vita nei campi era di 4 mesi, Weisz ne regge 16. Lo trovano morto la mattina del 31 gennaio ’44: di freddo, fame, solitudine e disperazione. Non aveva mai saputo della famiglia, sterminata due anni prima in una camera a gas, lo aveva solo immaginato. Una storia di 70, 80 anni fa. Una storia come tante, una storia purtroppo ripetutasi tra i 6.000.000 ed i 10.000.000 di volte.
Meglio che con questa storia non so come spiegarmi. Io, non lo nego e ne sono orgoglioso, ho sempre votato a sinistra e verdi, negli ultimi anni M5S, e non nego che 25 anni fa, 17enne, partecipai ad una riunione di giovani di destra partecipando anche ad un corteo, rendendomi conto con mano della pochezza e dell’assurdità dei contenuti di questi movimenti nostalgici. Non ho tessere di nessun partito e credo che l’unica strada per l’umanità su questo pianeta con risorse finite stia nel praticare la “Decrescita sobria” pensata dall’economista e filosofo Serge Latouche. Sono il primo a trovare sterili corsi e ricorsi storici, sfottò e ping pong destra sinistra, sono il primo a dire che l’ideologia Comunista, meglio: Collettivista di Gesù, Marx ed Engels sia stata tradita dai sovietici e in tutto il sud est asiatico. Fallendo peggio del nazi-fascismo perché nasceva da Principi che più Alti non ce ne sono e nella pratica è stata uno sterminio di vite umane e libertà. Detto tutto questo non posso soprassedere al fatto che inneggiare il fascismo è REATO! Ci sarebbe da incontrarsi pacificamente e parlarne, tenendo comunque presente che inneggiare il fascismo è REATO! Temo quando dei fascisti si riuniscono, è molto pericoloso che lo facciano, anche e non solo, perché è un REATO! Non sono per proibire a chi è di destra di fare politica e manifestare ma inneggiare al fascismo è REATO! È semplice e sostanziale la differenza.
 
Ieri da questa parte dell’Infinito è stata una giornata greve, pesante, triste, opprimente, la giornata in cui si è scelto di “Ricordare affinché non succeda mai più”. L’umanità ha deciso che è il Giorno della Memoria, è la ricorrenza internazionale che si celebra il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto.
Era al pane che pensavo,
quando mi hanno strappato tutto ciò che amavo.
Era al pane che pensavo,
quando il forno inghiottiva tutto quel che ero.
Era al pane che pensavo,
quando nemmeno più il suo odore sentivo.
Era al pane che pensavo,
quando non c’era più il “quando”.
Era al pane che pensavo,
quando ancora pensavo.
Perché pensare mi faceva paura.
Mi faceva paura accostarmi all’uomo,
se era questo quello che era in grado di fare.
L’uomo…
una briciola tra le dita che mi teneva in vita.
Qualche anno fa m’era venuto di scrivere questa poesia. Le poesie Papo non si spiegano. Le poesie non si capiscono. Le poesie sono stupore. Arte, frecce che trafiggono il cuore, lampi che spezzano il cielo, bagliori che illuminano la notte, ombra per chi l’ha persa. Potrei finire qui, ma mi va di approfondire il “si capiscono”, ed “il lasciano il tempo che trovano”, meglio una narrazione che ti prenda per mano e ti conduca dal principio alla fine piuttosto che una poesia? E allora ti regalo l’antefatto, anzi proprio il fatto. Avevo letto questo testo di Silvano Agosti:
E’ al cinema Crocera di Brescia che devo curare una delle tante proiezioni del film “Il pianeta azzurro”, di Franco Piavoli.
Un delicatissimo e geniale film capace di narrare l’epica delle stagioni e il mistero di un “sempre” ciclico che ogni anno ripete l’intera storia del pianeta Terra.
La sala è colma di ragazzi delle medie inferiori, invasi da una motilità che ricorda il mercurio, fatta di gesti stupendamente inutili.
Oggi è la giornata della memoria e ne parlo con un vecchietto che lavora al cinema da pensionato, dando una mano in cabina di proiezione.
“Il pianeta azzurro. Il film è bello, è puro. Le immagini di natura, l’assenza di parole, l’armonia degli animali imprigionati in un loro destino cieco, potrebbero suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti di gioia.
Ma non in me.
Io da quegli anni non posso più provare gioia perché appena il sorriso nasce sulle labbra, riappaiono le immagini della mia esperienza ad Auschwitz.” Dice l’anziano proiezionista.
“Sei stato ad Auschwitz?”.
“Mi ci hanno portato. E ci sono rimasto a dialogare a tu per tu con la morte. Tre anni, due mesi, quindici giorni sei ore diciassette minuti e qualche secondo. Per mesi, dopo essere tornato ero ossessionato dal bisogno di riuscire a “ricostruire” il tempo esatto della mia interminabile morte. Perché lì eravamo comunque tutti morti, morti vaganti, morti immobili, morti inceneriti. Ci perdevamo nel lavoro e nel sonno cercando di non accorgerci che era impossibile dar retta a qualsiasi speranza di salvezza.”
“Però alla fine ci sei riuscito a salvarti.”
“Quando i russi sono arrivati ho sentito una donna che prima di morire ha mormorato ai soldati “Siete venuti a liberare la nostra libertà.”
Poi mi hanno chiesto se volevo bere e io ho chiesto l’ora, proprio come avevo fatto tre anni prima arrivando nei campi della morte.”
Il vecchietto sembra un personaggio da fiaba. Ha il volto buono e non si altera, neppure quando racconta che il suo lavoro consisteva nell’infilare centinaia di cadaveri al giorno all’interno dei forni crematori e spesso capitava che qualcuno fosse ancora vivo e lo doveva infilare lo stesso nel forno.
“In cambio, quando succedeva, la sera ci davano del pane”.
Ho dovuto farlo anche se si trattava di miei amici. Erano loro stessi che mi incoraggiavano in silenzio, con uno sguardo, quasi a dirmi che li aiutassi a condurre finalmente a termine lo strazio di una vita negata.”
I miei occhi si riempiono di lacrime. Il vecchio se ne accorge.
“Non ho pianto io che l’ho fatto. Non piangere neppure tu, ma ricorda, non dimenticare mai e cerca di capire perché tutto ciò è accaduto. Io in tanti anni non ci sono riuscito”.
“Ma cosa pensavi mentre spingevi un tuo amico ancora vivo nel forno crematorio?”.
“Pensavo al pane.”
Papo, è per questo che non ti abbiamo mai fatto vedere la seconda parte de “La vita è bella”. Se nella nostra storia non ci sono colpevoli ma solo una banale e fottuta “Casualità genetica” la storia dell’Olocausto è quella in cui il colpevole fa della sua folle azione omicida una scienza. Dove sono queste anime? Sia quelle buone che quelle cattive? C’è bene e male dove sei tu?
 
Come sempre ho domande che non hanno risposte nel mondo dei finiti, Cuori e Piumette parlano e dicono che il CamperOne non si vende perché è parte di Noi! Grazie Orizzonte di Luce!
Papà
28 gennaio 2018
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